Whatever it takes

Perché farlo? Perché assumersi questa responsabilità? Perché affrontare la fatica, i rischi, le aspettative, i sacrifici e la probabilità, molto concreta, di fallire?

Mi sono sempre immaginato in lacrime all’arrivo, invece ho pianto alla partenza, arrivando sulla spiaggia, guardando il sole arancione sopra un mare piatto. Il giorno prima era così mosso che non si raggiungevano le boe. La sabbia fredda, l’aria che pizzica ed il mare che attende. La musica, lo speaker e l’odore di neoprene. A che cosa penserò per le prossime 12 ore?

Vai a prendere il traguardo. 

Parto.

Inizio a camminare nell’acqua. Poi nuoto. 

La testa mi dice di avere paura.

Il corpo mi dice di buttare la testa nell’acqua che è una sensazione piacevole. 

Arrivo alla prima boa in un secondo. Giro a sinistra ed inizio il primo lato lungo.

Non ho scelta, devo andare avanti.

Iniziano gli scontri. L’acqua entra negli occhialini. Mi fermo e sistemo. Riparto.

Passo una boa, una seconda, una terza. E’ già tempo di girare. Eccolo, il momento agoniato. Il lato corto che mi porta al largo. La boa è lontana. La raggiungo e vedo che devo andare ancora più fuori. 

Non ho scelta, vado avanti. C’è un barchino, se ho bisogno mi fermo da loro, penso.

Giro. Lato lungo. Il mio incubo era questo punto esatto. Ma devo andare a prendermi il traguardo. Non ho scelta.

Scontri con nuotatori che nuotano a zizzag. Bevo. Penso che se bevo acqua salata impazzisco. Quindi sorrido. Sono matto, penso. E nuoto più forte. Intravedo il fondale. Mi da sicurezza. 

Una boa, poi un’altra. Con calma, penso. E’ ancora lunga. Poi la vedo, in fondo, l’ultima boa. Di fianco a me un atleta si ferma ad un kayak. Giro a destra. Nuoto verso la spiaggia. Non arriva più. Nuoto, nuoto, nuoto. Quello di fianco a me appoggia i piedi. Li appoggio anche io. La sabbia è soffice, il nuoto è finito. Ho concluso la prima frazione. Il Garmin segna 4.1km. Ora è tutta in discesa. 

Zona Cambio. Dieci minuti per prepararsi per la bicicletta. L’aria è ancora fresca. Parto. Inizio a trovare il ritmo. Perdo la borraccia con le maltodestrine per il secondo giro. 

Non posso fermarmi in mezzo alle saline. Continuo. Penso che ne prenderò alla zona rifornimento.

Raggiungo la tangenziale. Inizio a pedalare forte. Sto bene. 34km/h e battiti bassi. Volo. Sorrido. Il sole scalda. Tutto è sfumato e delicato. Sono comodo in bici. 

Ai 60km mi fermo. Non ci sono maltodestrine al rifornimento, prendo dei sali. Ma sono quelli sbagliati. Ne approfitto per pisciare. Sto bevendo molto, ma è giusto, me lo ha detto il dottore. 

Inizia la salita. È facile. Troppo facile. Finisce subito. In cima un gruppo di persone dietro le transenne che applaude. Mi sento Pantani sul Pordoi. Giù veloce. Mangio. Mi fermo al 90km per sistemare le borracce. Via i sali sbagliati, dentro i miei. Poi infilo un gelllino nell’acqua. Soluzioni per venire incontro alla mancanza di maltodestrine nei punti di ristoro. Inizia il secondo giro. Vedo la gente che si ferma. Vedo le cadute. Cambio il titolo: il gioco è arrivare. I colori da acquarello diventano pastello. Più calcati, più sudati. Inizia il mal di stomaco. Solo un fastidio. A 135km mi fermo ancora per pipì e rifornimento. Ormai la bici volge alla conclusione. 

Portami a casa, Tornado. Mancano gli ultimi 45, poi ti riposi, lo giuro. Non mi mollare adesso. 

Rientro verso le saline. Inizia il vento contrario. Ci sbatto contro. Gli ultimi chilometri non finiscono mai. Poi entro in città. La pancia brontola ma la bici è finita. 

Entro in Zona Cambio e sento che i pro sono già arrivati. A me manca solo la Maratona. 

Parto di corsa. Le energie ci sono. Passo 5:30 ma la pancia duole ad ogni passo. Primo giro facile. Inizia il secondo e mi fermo al bagno. Amen. Poi al 15km sento la testa leggera e un sudore freddo. Fame. I gel ed i sali non bastano. Tocco le tasche. Mi è avanzata una barretta dalla bici. La mangio. E’ buona, salata, con le arachidi croccanti. E’ una carezza nel momento più difficile. Riprendo a correre. Purtroppo riprendo ad andare in bagno. Mangio limone e crakers. Mi accorgo che riesco a tenerli giù. Le gambe girano bene, la testa è lucida, la crisi è passata. Passo posti che diventano sempre più famigliari, mano a mano che percorro i 4 giri da 10km. Mi creo degli obiettivi intermedi. Cammino quando non riesco a tenere a mente il volto di mio figlio in maniera ben definita. Vedo passare un compagno di squadra. Non sono solo. Vedo la gente fermarsi, camminare, ritirarsi. Vedo la gente non mollare, gioire, salutare. 

Il terzo giro lo faccio senza fermarmi in bagno. Sto meglio ma vado piano. Non serve andare veloci, il titolo del gioco rimane “arrivare”. Il sole scende, la carta azzurra avvolge Cervia, il suo canale, i suoi ponti e le sue belle vie del centro. I colori sono ad olio. La tela è fatta di un tessuto unico, fatto di storie e di motivazioni, di sogni infranti e di sogni che stanno per essere avverati. 

Gli scout al ristoro mi danno acqua e sali. Il quarto giro è per ringraziare le persone che non mi sentono. Poi cala la notte. Mi metto lo smoking. Giro al cartello “finish line”. Di fronte a me una passerella di legno che corre sulla spiaggia. Di fianco a me il mare, dove tutto è iniziato 12 ore fa. In fondo un tappeto rosso e una M con il pallino. Corro. Vedo le gradinate. Il team si alza e applaude. Grido. Arrivo. Batto le mani. Sorrido.

L’Olimpo è così, almeno per stasera. Non è in cima ad un monte greco, ma sulla sabbia di una spiaggia romagnola. Ed i semi-dei che qui camminano avvolti da mantelli argentati hanno il volto che racconta più della stanchezza. Raccontano, senza parole, i migliaia di chilometri macinati, le preoccupazioni ed i dolori, la forza e la motivazione, la passione, la gratitudine, l’orgoglio e la condivisione. In questo capannone, seduto su una panchina di legno, con un compagno di squadra a sinistra ed una ragazza inglese a destra, ho bevuto una birra, lasciandomi cullare dal sapore dell’impresa e dalla gratitudine per chi ha reso tutto questo possibile. A Luca, che mi ha insegnato a nuotare. A Matteo, che mi ha insegnato ad usare una bici da corsa, con cui ho condiviso infiniti chilometri in bicicletta, a partire da una discesa da pazzi in Bolivia. Ai miei genitori. Ai miei compagni di squadra. A mio figlio. 

Infine ad Alice, a cui dedico le ultime righe e gli ultimi metri di questa avventura. Quelli sul tappeto rosso. Quelli che ho sognato per un anno intero. Quelli che riassumono non solo i sacrifici degli ultimi 12 mesi, ma tutti gli anni e le avventure passate insieme. Noi siamo sempre quelli seduti su una Vespa o su una panchina dei Giardini in centro a Milano, sul retro di un pickup in America Latina, siamo quelli che cantano in un pub di Dublino, che rischiano un incidente con una mucca in India, che bevono sul tetto del mondo di un rooftop di New York, che ballano su una spiaggia di un’isola tailandese. Siamo quelli che hanno un figlio di nome Ernesto.

Perché abbiamo fatto tutto questo? Perché ci siamo assunti queste responsabilità? Perché abbiamo affrontato tutte queste avventure? 

Perché ci hanno insegnato a vivere così, con il cielo aperto davanti.