Triathlon dell’Idroscalo

idroE il primo è andato. In maniera molto diversa dall’anno scorso, ma è andato. Inizia con la pioggia che imperversa alla consegna pettorali e sulla zona cambio. I giudici ci lasciano mettere i sacchetti sulle scarpe, una gentilezza che pagherà bene durante la gara, quando almeno i piedi saranno all’asciutto. In verità inizia anche con furti e parolaccie. Ai parcheggi abili ladri travestiti da atleti rubano costose biciclette da corsa mentre gli atleti veri vanno a registrarsi. Giusto due macchine a fianco alla mia l’impresa più scaltra: riescono a rubare una bici dal portapacchi mentre la moglie del triatleta stava seduta in macchina.

Mi alzo alle 7, colazione con prosciutto, succo e crackers. Tutto pronto dalla sera prima. Si parte. All’idroscalo ho tempo per sistemare le cose, rilassarmi e incontrare l’amico bravo e suo padre. Poi inizia la confusione. Sarà la pioggia, sarà la fretta, sarà che come al solito nelle gare di triathlon non capisco mai bene quando partire. Nell’arco di 20 minuti sono in acqua per scaldarmi e poi pronto alle canapi per la partenza. L’anno scorso tutto era stato molto più tranquillo, sotto un sole estivo avevamo provato a nuotare senza muta in un acqua per niente fredda, con calma, consapevoli che la partenza sarabbe stata alle 12:50 o giù di lì. Quest’anno quando mi butto per fare due bracciate per provare la muta il cielo è grigio e la pioggerellina intermittente. Provo ad andare verso la boa e qualcosa mi cattura: alghe. Tante, filamentose, un prato legato al fondale che si aggrappa a mani, piedi e faccia. E lo spavento è tale da togliermi il respiro. Vado in affanno e non riesco a mettere la testa sottacqua per paura delle alghe. Ritorno a riva piano piano, ma un tarlo mi si mette in testa: affanno. Nei 750 metri di nuoto il vero nemico è l’affanno. Respiro con calma: hai tempo per concentrarti e focalizzarti sulla gara, mi dico. In teoria sarei dovuto partire dopo un’ora. Invece senza tempo per recuperare dallo spavento, eccoci spinti alla partenza. Entro in acqua che penso al ritiro. Non voglio nuotare con l’ansia, delle alghe e dell’ansia stessa. Ho paura di aver paura in mezzo al lago. Loop.

idro2Colpo di pistola. Strategia, pensa qualcosa. Testa fuori. Nuoto a rana testa fuori fino alla boa, superando le alghe peggiori. Ce l’ho fatta? Non ancora. Facendo così sono andato molto lento, ed il gruppo è fuggito. Ma soprattutto vado in iperventilazione. E l’ansia di aver ansia sale. Sono da solo in mezzo al lago. Io e l’ansia. Io, l’ansia e una boa! La vedo, bianca e galleggiante. La raggiungo. Lo sapevo, dovevo ritirarmi. L’anno scorso nuotavo col ghigno verso l’arrivo, godendomi ogni singola bracciata. Quest’anno le alghe e la paura hanno avuto il sopravvento. Arriva un ragazzo con il kayak. “Tutto bene?”. “Sono andato in panico un attimo” rispondo. “Per le alghe?” mi chiede. “Si”. “Non ti fanno niente”. “Lo so, ma le crisi di panico non sono razionali”. “Attaccati alla canoa”.

Forse l’unico modo per combattere la paura irrazionale è fare scelte irrazionali. Forse questa è una cavolata, o forse non è neanche una scelta. Ma invece che chiedergli di portarmi a riva, la mia risposta è “no, vado all’arrivo”. Così con una angelo custode sotto forma di kayak butto finalmente la testa sott’acqua, alla faccia delle alghe, e inizio con bracciate lunghe a rifarmi sotto al gruppo. Riprendo gli ultimi, ma esco bello indietro rispetto al resto del gruppo. In tutto ho perso 8-9 minuti. Ma quello che conta è che sono fuori. Fuori dalle alghe, fuori dall’acqua, fuori dal loop.

Zona cambio, gel e bicicletta e strada bagnata. Si parte. Le gambe girano benissimo. Primi 5 km da solo, con buona andatura. Poi a ruota di un passista che vola a 36km/h e un giro con un gruppone che ci fa toccare i 45km/h. Ad un certo punto, nella pancia del gruppo, vado a 40km/h senza pedalare. Ottime sensazioni, fuori dalle curve ho la gamba per ricucire, sono reattivo e non vado mai fuorigiri. Non ho fiatone, né mal di gambe. La corsa è uno spettacolo. Parto e arrivo con un 4:50min/km che sono una favola. Ho fiato e forza. Taglio il traguardo che avrei potuto continuare a correre.

L’arrivo è particolare. L’amico bravo è ad aspettarci al traguardo. Cose che fanno piacere. La prima sensazione è di felicità. Ho superato una crisi in acqua, ho scelto di continuare e di ricacciare la testa sotto. Ancora più felice poi, perché la forma c’è: 20 km di bici in poco più di 30 minuti e 5 km di corsa in poco più di 23 minuti. E le gambe non fanno male all’arrivo, e benzina nel serbatoi ce n’è.

Verso sera, un po’ di dispiacere per il tempo. Avrebbe potuto essere un buon tempo, se… Ma tutto fa parte del gioco. Ho un mese ora per concentrarmi sui punti deboli. E qualcosa mi dice che andrò al lago a nuotare uno dei prossimi weekend.

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