In memoria di Baldassarre, il cigno

L’Olimpico più difficile d’Italia è dedicato al cigno Baldassarre. La bellezza del lago Sirio e delle strade che si arrampicano fino ad Andrate per poi scendere in picchiata di nuovo fino al lago è la cornice perfetta per una delle ultime giornate estive di questo 2017.

Parto da Milano alle 7, alle 830 arrivo al lago. E’ ancora presto, la ZC è chiusa e le boe non ancora posizionate in acqua. Ma va tutto secondo i miei piani. Con calma parcheggio, ritiro il pettorale e inizio a prepararmi. Al ritiro del pacco-gara l’atleta di fronte a me cerca di convincere la responsabile a farlo gareggiare senza certificato medico cartaceo. La signora è intransigente: o certificato o niente. E non si trattiene, ricordando ai pochi in fila che durante un triathlon un atleta è morto “e per fortuna lei aveva seguito le procedure burocratiche”… Diciamo che non è proprio il commento che da la carica…

Mi confronto con altri atleti, ho paura di non rientrare nel tempo massimo dopo la frazione in bici: tutti parlano di queste salite ripide e delle discese. Ma decido di preoccuparmene a tempo debito. Nel frattempo preparo la bici e le scarpette in ZC. Prima di entrare in ZC un ragazzo vestito a caso (non un atleta, né un membro dell’organizzazione) mi tocca la ruota dietro e poi sorride. Sorrido di circostanza, ma il gesto mi lascia perplesso.

Tra una cosa e l’altra si fanno le dieci. Secondo la mia tabella è il momento di entrare in acqua per scaldarmi. La muta è facoltativa, l’acqua è a 19 gradi. Quindi tutti la indosseranno. Appena sto per buttarmi in acqua si avvicina il pedalò degli organizzatori. Hanno appena finito di posizionare le boe. Uno di loro, guardando il cellulare, dice all’altro: “2.4”. Subito le mie antenne si drizzano: sarà mica che il doppio giro (c’è infatti l’uscita all’australiana) ammonta per un totale di 2400 metri in acqua, invece che i 1500 previsti?

Grido dal pontile: “Ciao, dobbiamo fare due giri vero?” Dalla barca rispondono che è così, che il passaggio tra primo e secondo si fa passando sotto il pontile, camminando sulla spiaggia. “Grazie – dico – chiedevo perché sembra più lungo di 1500 metri”. I due si guardano e mi dicono: “Lo abbiamo misurato”. E subito dopo virano, si dirigono nuovamente alle boe poste dall’altra parte del lago, e le riposizionato.

Ora tocca a me. Muta, occhialini e giù nelle acque scure del lago. Verde e nero si mischiano, il freddo strizza l’aria fuori dai polmoni e la muta mi tiene a galla. Ed inizio a nuotare, in questo strano lago, con pesci grigi che si intravedono a qualche metro, tra le alghe, e la forte sensazione di essere nel lago di Harry Potter. Nuoto per 10 minuti, fino a ritrovare confidenza con le acque libere, e poi esco. Tempo di scambiare altre chiacchiere con gli atleti, consegnare la borsa al deposito e ributtarmi in acqua. Questa volta con tutti gli altri, per l’ultimo riscaldamento.

Mentre sono a largo il fischio di un giudice mi richiama: fuori tutti. E tutti in fila passiamo la spunta e ci prepariamo all’ombra, tremanti e fradici, pronti a partire. Lo speaker ci ricorda che la discesa è pericolosa e che “potremmo perdere non solo la gara, ma anche qualcosa di più prezioso”. “Minchia” dico ad alta voce, e l’atleta di fianco a me ride. Poi subito tutti in acqua. Questa volta si parte per davvero.

Fischio, schiuma, gambe e braccia. Poi ritmo e mantra. Ed enormi cagnoni sopra a delle tavole da surf a farci da angeli custodi insieme ai loro padroni. Un calore avvolgente mi prende alla prima boa, nel mezzo del lago scuro, il cui verde diventa della stessa trasparenza dei vetrini che da piccolo raccoglievo al mare. Una serenità semplice, che mi fa apprezzare il paesaggio da quello strano punto di vista che parte dal pelo dell’acqua e che ad intermittenza si immerge nel cielo e poi tra i raggi che filtrano fino a dove il fondale li ingoia. Il primo giro è concluso, inizia il secondo. Per fare prima, invece che rientrare in acqua con la scaletta, mi butto dal muretto. Entra un po’ d’acqua negli occhialini. Pazienza. Mi fermo, li svuoto un paio di volte, e poi riparto. Ancora più forte, ancora più a mio agio. Fino alla prima ZC.

Via la muta, su le scarpette. Parto in bici. Salita, poi piano. Sento la bici frenata. Vuoi vedere che ho chiuso male la ruota? Oppure quel ragazzo che ha toccato la gomma me l’ha bucata? Iniziamo male. E dopo 40 minuti di salita, ho fatto solo 10km. A questo ritmo sono fuori dal tempo massimo. Ma per ogni problema c’è la sua soluzione. Apro il freno dietro, così da togliermi il pensiero che la ruota tocchi dentro. Per la discesa basta il freno davanti. E la discesa è la soluzione al tempo massimo. Finisco il primo giro in un’ora. Quindi posso continuare al mio passo. Salita a 11-12km/h, discesa a 45km/h. Discesa che in parte è tecnica, ma non come scendere dalla Culmine per andare a Vedeseta.

Dopo due ore in sella lascio la bici in ZC e inizio a correre. A questo punto so di essere molto indietro. In salita mi han passato in molti, ancora di più in discesa. Ma che ci vuoi fare? Vado in bici da appena 3 anni. La corsa, che dovrebbe essere una mia carta vincente, si trasforma in un calvario. E’ un trail, su sentieri dai sassi aguzzi e stretti. Su e giù, su e giù. Lo stomaco protesta, i polpacci bruciano. L’ultimo gel energetico, preso al 6km, mi regala dei dolori poco gradevoli che si spegneranno solamente all’arrivo con una lattina di birra. E mentre corro una sola idea in testa: arrivare-arrivare-arrivare alla fine di quello che è davvero l’Olimpico più difficile d’Italia. Perché han messo salita ovunque.

Arrivo rotto, esausto. Prendo una birra e della pasta. Poi la borsa e faccio la doccia. Ritiro la bici (che trovo con la ruota anteriore bucata – va a sapere come e quando) e poi mi bevo un’altra lattina di Bavaria con calma, guardando il lago. Leggo la classifica: 83esimo su 87. Non sono arrivato ultimo. Ma dopo 1500 metri nel lago di Harry Potter, 40km in bici con 1100 metri di dislivello e 10km di corsa con 300 metri di dislivello la classifica proprio non importa.

E allora a Baldassarre, cigno che una volta regnava su queste magnifiche terre a due passi da Ivrea, che per una domenica sono state mie, e di un’altra manciata di Triatleti.