Il ratto del sole

Alle 5:20 suona la sveglia. Il piccolo appartamento a pochi passi dal Duomo di Firenze è buio ed il letto scomodo. Non ho dormito molto, pochi sogni e confusi, tutti in qualche modo connessi ai chilometri che mi aspettano. La preparazione è lenta e metodica, Alice si sveglia e mi fa compagnia, tra un sonnellino e l’altro. Gel, barretta, the e fette biscottate. Poi la prima sgambata giù in strada. Il cielo è coperto, ma non fa freddo. Gli scalda-muscolo lunghi sono promossi. Sembra che non pioverà. Sono le 6:30, inizio a pensare a quale maglietta (e quante) mettermi. Poi concentrazione. Devo assolutamente andare in bagno prima della partenza. Non devo rischiare di dovermi nascondere dietro un cespuglio al 20km. Anche perché i cespugli finiscono al 15esimo, e l’idea di accucciarmi in un vicolo fiorentino o dietro al Ratto delle Sabine non mi mette gioia nel cuore. Una volta che la missione è compiuta e la vestizione è completata, è l’ora di uscire.

A pochi passi da casa incontro Gabriele, l’amico bravo. Corricchiamo fino alla partenza. Chiacchieriamo. Non c’è ansia, ma trepidazione, curiosità: come risponderanno le gambe al 10cimo, al 15esimo, al 30esimo chilometro? In Duomo ci separiamo, lui parte nella batteria prima di me. Entro nel cancello Verde e faccio una fila di 20 minuti per poter fare l’ultima pisciatina di rito, nel bagno chimico posizionato strategicamente all’ingresso della batteria. Poi mi posiziono. Musica, chiacchiere, sacchetti impermeabili, orologi GPS che non si attaccano al satellite, nuvole nere, musica, una donna dalla finestra che grida, sorrisi, odore di canfora, palloncini, conto alla rovescia, sacchetti lanciati a destra e a manca, lancio il mio sacchetto, canfora, musica, conto alla rovescia, sparo.

Una goccia. Due gocce. Quando passo l’arco della partenza e attivo il GPS, il cielo ha deciso che non sarà solo spettatore. Secchiate di acqua battezzano i maratoneti in partenza. In poche centinaia di metri siamo tutti fradici. Le buche in strada diventano pericolose pozzanghere in cui si affonda fino alla caviglia. I primi chilometri si sorride, si scherza. In un battibaleno giriamo la boa del quinto km. Sono in tabella di marcia per finire entro le 4 ore. Ma non mi sto risparmiando. Sto andando a 5:20 al km. Mi sento bene, ma sono consapevole che sto bruciando tante calorie, anche solo per combattere il freddo. All’ottavo km entriamo nel Parco, dopo alcuni urlanti passaggi sotto i ponti. La pioggia ci da tregua fino al 14km. Durante la frazione nel verde corro bene, mi alimento ai punti di ristoro con sali, acqua, the caldo, gel e un pezzo di banana. Ne approfitto per guardare chi corre al mio passo. Vedo un triatleta con body da gara, gli spintori di carrozzine, ragazzi e ragazze di ogni età. Tanti sorrisi, molte corsette verso l’albero più vicino per far pipì, e un tipo che puzza incredibilmente da cui mi sposto.

Al 17simo si esce dal Parco, e la pioggia è tornata protagonista. Agli spugnaggi i volontari consegnano spugne asciutte, che ci permettono di pulire gli occhi e asciugare, per pochi secondi, il volto. Da qui inizia il tratto sull’Arno. Una curva a destra e una a sinistra e siamo sul Ponte Vecchio. Un corridoio di passanti, curiosi e turisti sotto pesanti ombrelli ci incita. Meglio dei gel, meglio del the. Dopo 19km di luoghi remoti, il 20esimo ci riconsegna un po’ di calore, nella forma di applausi e urla. Ma non c’è tempo per godere di questo spettacolo, perché velocemente torniamo dall’altra parte del fiume, e poi di nuovo da questa parte, per completare la prima metà. Passo la mezza maratona ancora in tabella di marcia. Se continuo così sono sotto le 4 ore.

Il passaggio alla mezza, inutile dirlo, è importante. Mentalmente e fisicamente. Si traccia una veloce analisi e si pianifica come continuare. Ma oggi, come ho detto, siamo nelle mani del dio della pioggia e del vento. E al 25simo km, le gambe mi costringono a rallentare. All’inizio sembra solo un calo di energia, quindi mangio una crostatina al punto di ristoro, prendo un gel e bevo dei sali. Poi mi accorgo che le gambe sono più dure del solito. E mentre penso alla mia miserevole condizione, due passi falsi mi fanno affondare in quella che tecnicamente è una pozzanghera ma che io sento essere come una piscina.

Il vero calvario è questo: dal 25simo al 30simo. Il vento è fortissimo, le mani ghiacciate da non poterle muovere. Non riesco a schiacciare i pulsanti del mio orologio GPS, non riesco a prendere i gel dalle tasche dei pantaloncini. Cerco riparo dietro le persone, provo a correre rasente ai muri delle case. Passando di fianco alla stazione Campo di Marte vedo persone che entrano per scaldarsi. Altri si versano the caldo sulle mani. Per fortuna prendo una spugna asciutta da un volontario ed inizio a stringerla per riattivare la circolazione. Questo metodo funziona. E per fortuna la testa è a posto. L’obiettivo è superare i trenta. Quando il GPS scatta, sono felice. Dal 30simo, sono “solo” 12 km. E non lo nascondo a nessuno: “e che cazzo!” grido. Finalmente posso fare il conto alla rovescia.

12 km significa che dopo appena 3 km ne mancano “meno di 10”! La mia mente viviseziona ciò che rimane per offrirmi piccoli obiettivi. Un boccone alla volta mi riavvicino al centro. Gi ultimi ostacoli sono l’entrata nell’arena, dove è impossibile non correre all’interno di una enorme pozzanghera posizionata all’ingresso, e una ripida salita al sovrappasso della ferrovia. Poi è il cuore, perché le gambe non ne hanno più, ad accompagnarmi negli ultimi metri. Al 35simo sono distrutto. Se fino al 30 ero ancora in tabella di marcia per finire sotto le 4 ore, al 35simo ho perso ogni velleità. L’obiettivo è arrivare e punto. I tanti cambi di direzione, le strade in pietra e i continui passaggi “vicino al Duomo ma non sei ancora arrivato” sono dei colpi duri da digerire, ma allo stesso tempo è uscito un pallido sole.

Ai meno 2 le ginocchia quasi non si piegano. Ma penso che sono anche i due chilometri più belli. Ripasso da dove ero partito, poi vedo il segno dei meno 1, poi iniziano le transenne ed il tappeto. A destra Alice mi saluta, a sinistra l’amico bravo con la Vale. Davanti a me l’arco di arrivo. Dopo 4 ore e 11 minuti, concludo la Maratona di Firenze, “quella del nubifragio”.

Poco più avanti un volontario mi prende il cip dal pettorale, ed ancora più avanti un altro volontario mi mette al medaglia la collo, e mi dice: “questa è la tua, ti stava aspettando”. E a quel punto è una lacrima, non una goccia, a scendere.