Da Mezz’uomo a mezz’uomo

Ciao Ernesto,

hai solo pochi giorni di vita. Ma ti scrivo comunque per raccontarti un’avventura. Mentre tu oggi giochi con DragoVerde e RanocchiaSerpente, io e mio fratello (tuo zio) abbiamo nuotato in un lago buio e misterioso, cavalcato cavalli di carbonio e corso con scarpe incantate fino al traguardo.

Apri bene le orecchie e l’immaginazione.

Arriviamo nel villaggio di Arona che la mattina è ancora calma. Il lago sembra una lastra d’acciaio, uno scudo appoggiato tra i monti. Il sole si arrampica lentamente da dietro le colline, fino a far brillare quell’enorme massa immobile.

Sono le 5 e mezza, e tutto va bene.

Ci avviciniamo con circospezione all’area riservata ai partecipanti, dove ogni cavaliere può lasciare armi e cavallo. Non perdiamo molto tempo. La recinzione è stretta e la tensione inizia a salire. Ma nonostante il cuore già cerchi di lanciarsi al galoppo, il mio destriero è calmo. Nero come la notte, Tornado aspetta tranquillo la sua prima gara. Una volta conclusa la preparazione dell’equipaggiamento, mio fratello trova un angolo comodo dove iniziamo a vestire l’armatura. Dopo pochi minuti, bardati e armati come dei cavalieri che si rispettino, ci avviciniamo alle acque del lago scuro.

Le armature che vestiamo sono speciali. Sono flessibili, e costruite per essere utilizzate nell’acqua, proteggendo la pelle dal freddo e dalle ferite. Ma nulla possono contro gli incantesimi più maligni. E nel momento stesso in cui il piede rompe la superficie tesa del lago, un sortilegio mi confonde le idee. Mi dimentico come si nuota. I minuti passano e, nonostante tutti gli sforzi, continuo a dimenarmi senza riuscire a ricordarmi come rimanere a galla. Così, quando l’arbiter della tenzone richiama tutti i cavalieri perché si schierino sulla linea di partenza, la mia mente è ancora avvolta dall’allucinazione nefasta.

Ed eccomi a guardare verso la sponda lontana, prima della partenza, scorgendo in lontananza il fratello ormai arrivato a metà lago, perché partito con i cavalieri del primo turno. I piedi nell’acqua di un posto che non mi vuole. Il cuore imbizzarrito lanciato contro un muro di cinta, la testa prigioniera di un sortilegio.

Poi si parte. Dopo pochi metri il sortilegio mi avvinghia. Mi stringe il petto, e non riesco a buttare fuori l’aria dai polmoni. Mi fermo, in mezzo al lago. Lascio che tutti mi superino, e mi sdraio sulla schiena. E’ l’antidoto che cercavo. Improvvisamente il cuore rallenta, la mente si apre e le mie capacità tornano, più forti di prima. Butto la testa sott’acqua e mi lancio in un inseguimento che non ha tregua. Supero cavalieri a destra e a manca. Li scorgo nelle acque scure quando sono a pochi metri da loro, li punto e li sorpasso senza timore. Concludo i due chilometri di percorso in 39 minuti. Esco dall’acqua con un ghigno. Domato il lago, ora devo domare la salita. Corro da Tornado, e mentre sto per partire, scorgo mio fratello che arriva dall’acqua. Sono pochi i minuti che ci separano. Ci salutiamo e continuiamo la corsa.

La cavalcata inizia con una lunga pianura, dove posso lanciarmi alla massima velocità, ma sempre attento a risparmiare energie. Dopo 35 km inizia la salita. Sale come un serpente alla ricerca del sole. Raggiungo la cima, da dove si vede il lago. Ancora pochi chilometri e poi inizia la parte mista, discese e ripide scalate si alternano. Intorno al 45simo km il fratellino mi raggiunge. Abbiamo tempo di scambiare due parole, poi parte e sale ad un altro ritmo. Veloce e leggero, come una volpe.

La strada si allarga e si stringe, curva, si impenna e di nuovo si butta a capofitto verso il fondo valle. Non ci si annoia. Si suda al sole, si trema nelle lunghe discese all’ombra, sferzati dall’aria che cerco di tagliare rimanendo composto in sella.

Per due volte delle buche mi impongono di fermarmi per recuperare la bisaccia che cade dal sotto sella. Pazienza. Spingo nei tratti in piano e stringo i denti in salita. E prima che me ne accorga, Tornado ed io entriamo di nuovo ad Arona, e raggiungiamo il cancelletto da cui eravamo partiti.

E mentre riconduco il mio destriero di carbonio al suo posto, vedo Matteo uscire ed iniziare la corsa. Gli grido di muoversi. “Ti vengo a prendere” dico. Indosso le mie calzature magiche, fatte di un materiale resistente che mi permette di volare sopra la strada. Per i primi km il ritmo è buono. Ma le insidie non sono finite. Il caldo torrido non mi aiuta. Da dietro un angolo lo stregone mi vede e per vendicarsi di come ho superato il lago scuro mi infligge un altro sortilegio. Questa volta sono gli intestini a rivoltarsi, e più corro e più bevo e più i dolori si fanno forti. Ma non è una allucinazione. Così dopo aver ripreso il fratello e corso un po’ al suo fianco, mi fermo in una latrina. Non c’è nulla di eroico, ma che vuoi farci? E poi non giudicarmi, Ernesto, perché i tuoi pannolini son sempre pieni. I 21km di corsa chiudono la manifestazione. E all’ultimo giro mi dirigo verso il cancello d’arrivo. Dopo 5 ore e 50 minuti mi fermo, esausto. Dopo 6 minuti arriva Matteo.

Ecco Ernesto, la storia di come tuo papà e tuo zio sono diventati Mezzi Uomini di Ferro.