Deejay TRI Olimpico – PART 1 –

Una giornata perfetta è composta da tanti mattoncini che si incastrano senza attrito, senza bisogno di troppa pianificazione o di inutili rinunce. Il 20 maggio sarà tra quelle giornate che ricorderò come tali. Sveglia relativamente presto e allenamento in piscina, per scaldare i muscoli e mettere insieme i pensieri: mi aspetta il Triathlon Olimpico Deejay e voglio partire con buone sensazioni anche nel nuoto. Dopo mezz’ora esco dalla vasca, con tranquillità torno a casa e mangio un piatto di pasta. Fatta la borsa e sistemate le borracce sono già in macchina: destinazione idroscalo.

All’idroscalo riesco a parcheggiare anche senza aver stampato il pass, arrivo in zona partenze e trovo il fratello bravo che monta il contachilometri sulla bici. Mancano 3 ore alla partenza. In queste 3 ore, con assoluta calma, ci sdraiamo sul prato all’ombra, guardiamo le partenze delle altre gare, prepariamo le biciclette, mangiamo barrette energetiche e visualizziamo la gara. Ogni tanto mi sale l’agitazione per la frazione di nuoto, allora mi stendo, respiro e immagino il percorso, le bracciate e la distanza, che ho percorso ogni giorno negli ultimi 5 giorni, senza stancarmi.

La zona cambio è dietro l’angolo, sistemiamo tutta la nostra attrezzatura e ci stendiamo ancora all’ombra. Poi è tempo di consegnare le borse. Qui una piccola coda rallenta il nostro programma perfetto. E ho paura di non riuscire ad entrare in acqua prima della partenza. Ma per fortuna in pochi minuti riusciamo a infilarci le mute e provare la temperatura dell’acqua verde scuro dell’idroscalo.

La prima sensazione è quella del galleggiamento dato dalla muta, poi vedo il buio dell’acqua che fa filtrare la luce solo a tratti, e poi eccola, puntuale come una vecchia amica, l’ansia da acque libere. Ma questa volta è diverso, la blocco e la invito ad uscire dal lago. Perché quando mi guardo intorno non mi vedo perso in mezzo ad un lago profondo, ma mi sento per come sono: un triathleta in mezzo ad altri, con punti di forza e piccole fragilità, contento di nuotare con il fratello bravo, sceso da Parigi per fare questa gara. E le alghe, che l’anno scorso avevano causato la nascita di questa ansia scomoda e fastidiosa, diventano qualcosa con cui giocare, da guardare ed esplorare. C’è anche da dire che sono evidentemente molte di meno, l’organizzazione ha pensato bene di pulire il percorso.

Quindi rimango in acqua per tutta l’attesa, fino a quando il fratello bravo non mi grida che la mia batteria sarebbe stata la prossima. Esco di corsa, supero la batteria dopo la mia e entro nel cancello della partenza giusto in tempo. Sono l’ultimo della batteria e di fianco a me un altro ragazzo si scalda. E mi metto a scherzare con lui. O almeno questa è la mia intenzione, perché dopo avermi detto che questo è il suo primo triathlon non riesce più ad infilare una risposta completa alle mie battute. “Non combattere alla prima boa, gira largo” gli dico. “Ehhh?” Mi risponde.

Rido, e rido anche mentre i gli arbitri ci chiamano in acqua. E siccome sono l’ultimo appena tocco l’acqua parte la sirena. I 1500 metri di nuoto li faccio con gli occhi della tigre, in un traffico di gambe e braccia sfiancante. Giro largo alle boe per non perdere velocità, noto dritto e guardo spesso in avanti, per assicurarmi di essere in una buona posizione. Controllo l’orologio, penso a quella gemma di gioia che ho provato quando ho ritrovato il gusto di nuotare serenamente in acque libere. Mai da solo.

In 27 minuti esco dall’acqua. E inizia una gara fatta di velocità e forza. La mente e le braccia mi han portato fino alla prima zona cambio. Ora servono le gambe.

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