Garmin Triathlon di Parigi 2017

Paris

Se piove e tira vento, al pavé devi stare attento. Il canale è pure sporco, ma all’arrivo manca molto.

In vena di filastrocche per raccontare il Triathlon Olimpico di Parigi: 1.5k a nuoto nel canale de La Vilette, dritti per dritti, senza boe ne curve; 40 km di bici fino alla Torre, passando per la Senna e il parco; e 10 km di corsa, ancora sulla Senna e poi intorno al Trocadero. Pioggia, vento, freddo e gambe.

La partenza avviene con calma, abbiamo posizionato tutto in ZC il giorno prima. Alle 6 del mattino mangio una banana, alle 7 un barretta e poco prima delle otto ci incamminiamo verso la partenza, io ed il fratello. I preparativi sono molto semplici: una volta arrivati ci mettiamo la muta ed aspettiamo lo sparo. Non ci sono batterie, ognuno parte quando vuole in considerazione del tempo che pensa di metterci a completare la sezione di nuoto.

In men che non si dica tocca a noi. Giù nel canale e l’acqua fredda ci assale! Prime bracciate timide a rana, poi testa sott’acqua e pedalare. A pochi metri dall’inizio le canoe recuperano il primo atleta, confuso dalla ressa. Il traffico è a tratti estenuante, e mi trovo a superare molti atleti già dall’inizio. Piove, l’acqua è verde marcio e l’arrivo a 1.5k, lontano, non si vede. Senza un orologio con il GPS per le acque libere, è praticamente impossibile sapere quando e dove finirà, soprattutto con gli occhialini appannati. Tra gomitate e quant’altro, all’improvviso la mia mano tocca qualcosa di metallico: le scalette! Sono arrivato!

Salgo veloce e arrivo alla bicicletta. Il fratello non c’è…

La procedura per il passaggio dal nuoto alla bici è più lunga del solito. Scarpette e gel sono in un sacchetto appeso alla bici, posizionato il giorno prima. Una volta pronto, devo infilare la muta nel sacchetto e portarlo fuori dalla zona cambio. Il tutto mi prende ben 3:44 minuti. e appena sono pronto a partire, ecco il fratello che arriva. “Ci vediamo tra un chilometro” gli dico, convinto che nella frazione in bici darà tutto per riprendermi.

I primi km in bici sono di pavé, ma pavé da far male alle mani. Piove e la strada  scivolosa. Dalle biciclette cade di tutto. Poi la strada diventa d’asfalto e partono le ruote veloci. E la mia bicicletta è un bolide. Mi ritrovo a gridare in francese per farmi strada e riesco dopo qualche chilometro a trovare due ruote veloci a cui attaccarmi. E poi giù verso la Senna, e ancora sotto il tunnel. E non mi trattengo, quindi grido! Sembra di essere nel tunnel di Montecarlo, e i 49km/h che facciamo diventano 300. Parigi oggi è casa mia.

Dopo alcuni strappati entriamo nel Parco Bois de la Boulogne e lì iniziano i giri di boa, ed ad ognuno rilancio. Mi sento bene e sto a ruota per salvare energie, ma potrei spingere ancora. Ed inizio a chiedermi dove sia il fratellino. Cerco di vendere se è nei gruppi dietro di me, ma non lo vedo. Al secondo o terzo giro di boa sento un grido. Potrebbe essere lui, ma dopo qualche chilometro, non vedendolo, capisco che probabilmente mi ha superato senza che me ne accorgessi. Tutta la frazione di bici è caratterizzata da decine di forature. Ogni chilometro c’è qualcuno fermo, qualche volta in gruppetti, tutti a cambiare le camere d’aria.

L’ultimo sforzo per uscire dal Parco, poi di nuovo verso la Senna e all’improvviso dalla nebbia esce la Torre. E ci andiamo addosso, passando sopra ad un ponte largo e magnifico, che avrà sicuramente un nome altisonante ma che per me significa una cosa sola: tra poco inizia la corsa ed io devo riprendere il fratello.

Entro in ZC e con grande sorpresa non trovo la bici del fratellino. Sono davanti dopo la frazione di bici! Prendo anche qui il sacchetto con le scarpe ma sbaglio, un pirla ha messo il suo tra il mio ed il mio numero.  Prendo quello giusto e mi infilo le scarpette, e poi via. Di nuovo sulla Senna (questa volta con annessa pisciatina al km 2), tra i turisti del Trocadero, con una sola zona di rifornimento, e un secondo passaggio sulla Senna. Corro sotto i 5:00 min/km, e mi chiedo dove cavolo si giri per concludere il percorso dopo il secondo tratto in riva al fiume. Poi, a 100 metri dall’arrivo, un ragazzino con un cartoncino scritto a mano ci fa girare a destra, iniziano gli ultimi metri di sterrato, sotto la Torre, nella nebbia, con il cronometro che segna un tempo che non mi aspettavo. Chiudo, stravolto, in 2:32. E chiudo davanti. Attendo all’arrivo, il fratello arriva 6 minuti dopo. Come molti, si è dovuto fermare per una foratura. Facciamo i conti, togliendo la sosta ho vinto per una manciata di secondi.

Triathlon come questo fanno bene ad una città, te la fanno scoprire, godere e respirare. Anche sotto la pioggia, anche se i dettagli lasciano a desiderare (vedi ragazzino con cartellone per indicare la svolta verso l’arrivo). E’ stato il triathlon DI Parigi per 3000 atleti, molti alla loro prima esperienza.

Un percorso del genere proiettato a Milano significherebbe fare la parte a nuoto nell’Idroscalo, prendere le bici e fare la circonvallazione esterna per arrivare all’Arena, e da lì 10 km di corsa in centro per finire al Castello. Questo sarebbe il Triathlon DI Milano, con infiniti problemi per la circolazione, ma capace di richiamare atleti da tutta Europa. Come per Londra, come per Parigi.

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